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L'arte del Kintsugi

E' una parola giapponese che significa letteralmente "riparare con l'oro". 

E' una tecnica di restauro messa a punto alla fine del XV secolo dai ceramisti  giapponesi per riparare tazze in ceramica per la cerimonia del tè con lacca urushi, una lacca utilizzata per le decorazioni e ottenuta dalla linfa degli alberi. 

Il processo di essiccazione della lacca usata come collante per la ceramica, come stucco e adesivo per la polvere d’oro, avviene all'interno di un ambiente caldo (25°) con umidità intorno al 70-80%. Il tempo di essiccazione varia da tre giorni a una settimana. 

Le linee di rottura lasciati volutamente a vista vengono prima stuccate e carteggiate, quindi rifinite con lacca urushi rossa a pennello su cui si lascia cadere la polvere d’oro. 

Questi oggetti una volta riparati con questa tecnica diventano vere opere d’arte.

La preziosità della polvere d’oro ne accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e perfezione dell'oggetto.

Ogni ceramica presenta un diverso intreccio, unico e irripetibile in base alla casualità con cui si è frantumata, e per questo più preziosa.

La tecnica nasce dall'idea che come nella vita dall'imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora più perfetta nell'estetica e nell'essenza.

L’arte kintsugi ha radici nella filosofia Zen.

Partendo dal wabi-sabi, una visione del mondo giapponese fondata sull'accettazione della transitorietà e dell'imperfezione delle cose, tre sono i concetti in essa racchiusi: mushin, anicca e mono no aware.

Mushin (senza mente) la capacità di lasciare correre, dimenticando le preoccupazioni, liberando la mente dalla ricerca della perfezione.

Anicca l’esistenza è transitoria, evanescente e mutevole. Tutte le cose sono destinate alla fine. Accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita.

Mono no aware, empatia verso gli oggetti, è una malinconia triste e profonda per le cose e apprezzandone la loro vulnerabilità si arriva ad ammirarne la vera bellezza. L'arte del kintsugi viene spesso intesa come la metafora della resilienza.

Nasce, come detto all'inizio, in Giappone sotto lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa (1435-1490). 

Pare che Yoshimasa ruppe una delle sue tazze per il rituale del tè. Il recipiente venne affidato ai ceramisti cinesi che la ripararono   con delle  graffe in ferro.  

La riparazione mandò su tutte le furie  Yoshimasa pertanto si decise di affidarlo a dei ceramisti giapponesi che cercarono di ripararla ricorrendo all'estetica wabi sabi e utilizzando i materiali a disposizione.

Per incollare i pezzi rotti della tazza venne usata la lacca urushi estratta dalla pianta autoctona Rhus Verniciflua, farina di riso o di grano.

Il risultato ottenuto fu molto apprezzato perché con quell'intervento la tazza aveva acquistato una nuova vita, carica delle sue imperfezioni e proprio per questo ricca di bellezza ed unica.